L’offshoring o delocalizzazione è una tendenza molto diffusa nelle aziende italiane. La pandemia ha sicuramente portato a un nuovo modo di pensare e quindi di riorganizzare l’intero processo produttivo.

Il cambiamento è così profondo tanto da avere un’inversione di tendenze.

Tornando all’onshoring o rilocalizzazione di intere fasi di produzione si ha un’opportunità in Italia.

Abbiamo chiesto cosa ne pensa a riguardo Ornella Auzino che da anni segue e recensisce borse Made in Italy.

Cara Ornella,

Mi sto rendendo conto che qualcosa sta cambiando o meglio, qualcosa vuole cambiare.

Per molti decenni il nostro mondo, quello della pelletteria, ma anche quello della produzione della scarpa, ha subito l’ “offshoring” o delocalizzazione (dislocazione dell’organizzazione della produzione in paesi diversi. Di solito al fine di un risparmio economico o di normative più “comode”).

Inevitabilmente, credo che ci sarà un’inversione di tendenza. Il fenomeno era in realtà già avviato, soprattutto nelle filiere a più alto valore aggiunto, per una semplice questione di immagine: se qualcuno è disposto a pagare una cifra importante per un prodotto Made in Italy, non può sapere e neanche pensare che sia fatto in qualche paese in cui il costo della manodopera è estremamente basso per mancanza di diritti e di regole.

La pandemia ha inserito un altro limite alla delocalizzazione, la mancanza di componenti ha infatti minacciato molte filiere produttive. Oggi già vediamo un’accelerazione di questo fenomeno con il riattivarsi di alcuni distretti manifatturieri che in un lontano passato avevano fatto la fortuna dell’Italia.

Questa è l’occasione da non perdere, tutti noi dobbiamo tornare a fare quello che sappiamo fare: fare il bello e il fatto bene. Dobbiamo farlo nelle regole e soprattutto nel rispetto del lavoro.

Lavoro inteso come professionalità e passione.

Ciao Luigi,

Una delle consapevolezze che ha generato la pandemia è che nessuno, al di fuori degli addetti ai lavori, sapeva che tanta pelletteria e moda in generale, si producesse ancora in Italia.
Le fabbriche non sono mai state pubblicizzate abbastanza e bene, comportando la loro messa in ombra e non permettendo al consumatore di avere una capacità critica maggiore quando acquista i prodotti.
Da questo si è generato che il Made in Italy non ha più una completa attinenza con il prodotto fatto nelle fabbriche italiane, ma semplicemente un’etichetta che identifica se un prodotto è fatto tutto o in parte in Italia. Ma da chi viene prodotto?

Nella mia esperienza ho compreso che la valorizzazione del made in Italy, o meglio, la riqualificazione, passa inevitabilmente attraverso la certificazione della filiera produttiva della manifattura Italiana.

Fatta questa premessa, mi ricollego a quello su cui ragionavi tu e quindi sul rientro in Italia di alcuni brand e delle loro produzioni. L’ “onshoring” (potrebbe essere il termine corretto) sulla carta è un’opportunità che andrebbe sfruttata al volo, ma è davvero possibile farlo?

Un primo limite da superare è la questione burocratica e il relativo costo del lavoro. Bisognerebbe rendere più profittevole per i brand (e non solo) produrre in Italia.

Un secondo limite è quello strutturale: quante sono le realtà in grado di fare dal cartamodello all’industrializzazione di piccoli lotti? Pochissime a mio parere. Chi è abituato ad affidare la produzione ai contoterzisti, è votato da anni ad assegnare fasi scomposte della produzione ed in particolare quelle successive al taglio, rendendo di fatto gli artigiani “monchi” e poco autonomi.
Pensa come sarebbe diverso il mondo della pelletteria se esistessero degli hub di sostegno e destinati fondi ad hoc per il recupero e lo sviluppo delle fasi mancanti: le aziende sarebbero in grado di inglobare eventuali produzioni di rientro dall’estero.

Un terzo limite, a mio parere, è quello delle infrastrutture. I poli produttivi sono dislocati in tutto il territorio nazionale, ma spesso i sistemi di mobilità, le strade e le autostrade, non sono all’altezza di sostenere enormi spostamenti di merci.

Sono ottimista su quello che riuscirà a portare di buono questa tendenza, ma lo sono molto meno su quanto il tessuto produttivo italiano sia preparato ad assimilarne i benefici. Andrebbe quindi pensato un piano di sviluppo delle infrastrutture, orientato al supporto dei siti produttivi e al recupero delle maestranze.
Che sia fatto di scuola, di norme e di collegamenti.

E si, cara Ornella

Tutti i distretti industriali hanno lo stesso percorso: frammentazione, polverizzazione e annientamento; lo ha studiato chiunque abbia frequentato la facoltà di economia ma, come sempre, la storia si studia ma non si impara. Se crediamo in un futuro, invertire questa tendenza sarà un obbligo.

Un abbraccio, Luigi

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